Il mio cavallo (non) teme il mondo

Il mio cavallo (non) teme il mondo 

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Si parla molto spesso di “desensibilizzazione del cavallo”; è una pratica comune e fa parte dell’addestramento, non solo del puledro, ma anche del cavallo adulto. Consiste nel costruire un cavallo che, difronte a ciò che non conosce, anziché reagire istintivamente con la fuga, o anche aggredendo, resta tranquillo e sereno, o almeno non reagisce con gesti eclatanti, che in certe situazioni possono essere davvero pericolosi, per chi gli è attorno ma anche per se stesso.

Non dimentichiamo mai che il cavallo domestico vive in un mondo di umani, fatto da umani, per umani, con regole umane, e non a misura di cavallo, quindi spesso le sue “reazioni da cavallo” possono ripercuotersi amaramente sul cavallo stesso.


Desensibilizzare significa “ridurre la sensibilità”, creare indifferenza o anche rendere sordo.

Un cavallo in questo stato è un cavallo che, teoricamente, non reagisce minimamente agli stimoli, è un cavallo che non interagisce con ciò che lo circonda. Si direbbe un cavallo chiuso nella sua bolla, che non coglie gli stimoli esterni, né è a contatto col mondo che lo circonda.

Nel concreto però, quando il lavoro è fatto bene e si costruisce un cavallo sereno e fiducioso, e non un “cavallo di legno”, questo non è estraneo al mondo che lo circonda, interagisce con esso, ma anziché cedere alle reazioni istintive, ha reazioni più “ragionate”. È un cavallo che osserva, che comprende ma non teme, è un cavallo curioso.

Sarebbe molto più corretto parlare di familiarizzazione.

Familiarizzare vuol dire “rendere familiare”, abituare, entrare in o acquisire confidenza. La familiarizzazione è ciò che ha a che fare con la conoscenza e l’interazione con le cose.

Il cavallo viene portato a conoscere e non temere le cose nuove e le cose strane, viene abituato a ciò che lo circonda, ad essere fiducioso e non pauroso, a non reagire cedendo all’istinto. Gli viene insegnato che -il temibile predatore mangia cavalli- non c’è, e quindi non ha nulla da temere.

Un buon lavoro non punta ad avere un cavallo indifferente e sordo, chiuso nella sua bolla che lo estranea al mondo; un buon lavoro punta ad avere un cavallo che conosce, un cavallo colto, un cavallo che non si spaventa perché sa, o intuisce che quella “cosa strana” non è una reale minaccia.

Un cavallo così interagisce col mondo che lo circonda.

Guardare qualcosa, o muovere semplicemente le orecchie verso qualcosa, annusare l’aria e magari approfondire con il flehmen, è segno di interazione, il cavallo inquadra “la cosa” e sa o comprende che non c’è nulla da temere. Sicuramente potrà spaventarsi prima o poi di qualcosa, ma la reazione sarà notevolmente contenuta, inoltre sarà più disposto ad approfondire piuttosto che scappare via e basta.

Ci sono vari metodi per rendere il cavallo meno istintivo.

Alcuni sono meno garbati di altri (e spesso, prima o poi, salgono a galla problemi), ed in certi casi si porta il cavallo ad essere sordo ed indifferente al mondo, od a reagire bloccandosi, ma non perché è davvero un cavallo che riflette e non teme, ma perché è un cavallo che ha imparato che ad una determinata reazione segue qualcosa di spiacevole.

Poi ci sono altri metodi, che invece di creare cavalli sordi ed indifferenti, che si pietrificano, puntano a creare un cavallo coraggioso, curioso e riflessivo.

I metodi “gentili”, al contrario di quanto si pensa, non appartengono alle nuove correnti di pensiero dell’equitazione e di approccio al cavallo, non appartengono nemmeno ai nativi americani, ma già Senofonte, nel suo trattato “Sull’equitazione”, del 350 a.c. circa (quindi veramente tantissimi secoli fa), parlava di metodi gentili nei confronti del cavallo, in modo da avere un cavallo fiducioso nei confronti dell’uomo.

Rendere il cavallo fiducioso delle persone, e renderlo colto nei confronti del mondo che lo circonda, non è un’idea moderna, ma è da sempre stata una necessità importante per la pacifica e sicura collaborazione umano-cavallo.

Un cavallo che si fida rende tutto molto più semplice, anche operazioni quotidiane come la cura giornaliera.

Sarebbe veramente estenuante se il cavallo di cui bisogna prendersi cura ogni giorno avesse paura di noi, avesse paura di farsi spazzolare, di dare gli zoccoli, della forca con la quale gli diamo la razione di fieno, o del trattore con il quale portiamo in paddock il ballone di fieno.

Anche questo è familiarizzare. Il cavallo familiarizza con noi, familiarizza con gli oggetti di uso quotidiano. Non si può non far familiarizzare il cavallo, non si può averlo sempre schivo e sul chi va la come se fosse selvatico. Il cavallo si abitua, perfino un cavallo schivo si abitua ed impara. Sta a noi scegliere se fargli conoscere il tutto in modo positivo o negativo, incoraggiarlo nell’apprendimento o continuare ad alimentare paure inutili.

Costruire un cavallo fiducioso, che interagisce positivamente, porta a risultati nettamente migliori, e permanenti, rispetto a quelli che si ottengono portando il cavallo ad estraniarsi dal mondo.

Perché è importante insegnargli a non avere paura?

Non si tratta di un discorso egoista da umano che vuole annientare l’essere di tutti gli animali a contatto con lui, ma di sicurezza, di chi è accanto al cavallo domestico, ma anche del cavallo stesso.

Oggi il mondo non è più a misura di cavallo, quindi evitare fughe pazze è già una prima precauzione in fatto di sicurezza.
Uscire in passeggiata, lavorare in campo, o semplicemente accudire un cavallo che, anziché essere timoroso di tutti, è sereno in ogni circostanza, è molto più rasserenante e sicuro, per le persone che operano col cavallo in questione, ed anche per il cavallo stesso.

Lavorare con un cavallo che si agita e si spaventa per tutto è rischioso, ed alla lunga diventa estenuante. Anche per il cavallo stare sempre in agitazione non è buona cosa.

Voler limare, quanto più possibile, le reazioni istintive potenzialmente pericolose, non è annullare il cavallo, ma mettere tutti, cavallo compreso, in una situazione più agevole e serena.


Un cavallo più cose conosce, meno avrà timore, che siano cose, suoni o anche odori.

Il cavallo, anche se è una grossa preda, è consapevole della sua mole, ed in natura impara se c’è davvero un pericolo oppure no, quindi è anche errato credere che il cavallo, solo perché nasce come preda, sia un animale perennemente pauroso. Anche i cavalli selvatici prima di scappare concentrano i loro sensi per capire se è davvero il caso di darsi alla fuga oppure no.
Spesso e volentieri lo spavento iniziale sciama con poco.
Uno scartino o un sussulto e passa la paura .

Il contesto cambia le cose.

Comune è il cavallo che non teme la busta di plastica tra le nostre mani, perché spesso e volentieri da li abbiamo tirato fuori qualche leccornia, e poi in passeggiata, una busta di plastica identica che sventola su un cespuglio, è un -mostro mangia cavallo- dal quale fuggire.

Il contesto spesso e volentieri fa la differenza. Il cavallo domestico considera casa un posto sicuro, dove nulla può aggredirlo, dove i mostri non ci sono.

Fuori invece le cose possono cambiare. Un posto estraneo, chissà cosa si può incontrare. Il solito percorso, che non è il suo territorio, e sul quale passano tanti altri animali, è un posto che può nascondere sorprese, quindi è meglio stare attenti.

Stare vigile non significa stare in ansia, un cavallo vigile è spesso serenissimo e sicuro. Un cavallo agitato è perennemente sul chi va la.

Anche qualcosa di nuovo in un posto conosciuto è motivo d’allerta. Il cavallo domestico è un animale abitudinario, e come tutti i cavalli, ha un’ottima memoria fotografica, quindi se qualcosa è cambiato, lui se ne accorge. Il cambiamento, specialmente se avviene spesso, non è motivo di allerta, ma un cambiamento insolito, spesso può essere accolto con suscettibilità, occhiate, annusate, soffi e sbuffi.

Ciò è la dimostrazione che il cavallo interagisce col mondo esterno.

Un cavallo che reagisce così sta cercando di capire di cosa si tratta. Spingerlo con la forza non aiuta, lasciarlo osservare, dandogli il tempo di capire, o mostrargli che non c’è nulla da temere, sbroglia il nodo e riappacifica l’animo, segnando una tacchetta positiva nel sapere del cavallo, e nel rapporto fiducioso con gli umani.

Naturalmente, se il cavallo di noi umani non si fida, inutile cercare di fargli capire che non c’è nulla di spaventoso, quindi nel caso di un cavallo timoroso, anche degli umani, è opportuno lavorare prima sul rapporto di fiducia con gli umani, e poi, piano piano, conoscere il mondo. Tempo e pazienza, e magari talvolta l’aiuto di un esperto, che possa seguire cavallo e cavaliere dal vivo, e non tramite internet a distanza, aiuta. Naturalmente esistono dei limiti, non tutti i cavalli saranno temerari cavalli da guerra, ma bisogna valutarli caso per caso, proprio perché ogni caso è a se.

L’effetto sorpresa

Anche il cavallo può coraggioso del mondo può essere fregato dall’effetto sorpresa. Un qualcosa che sbuca all’improvviso, magari mentre si sta calmi e rilassati, o quando si è in tensione perché ci si aspetta qualcosa, può spaventare, e così come spaventa noi umani, spaventa anche il cavallo.

Il fagiano che sbuca all’improvviso dal cespuglio è un esempio classico di “effetto sorpresa”. Molti cavalli reagiscono con uno scarto, altri avvertono che c’è qualcosa e si bloccano, si irrigidiscono, scrutano, annusano, e poi ci sono quelli dalle reazioni esagerate, con i quali sarebbe meglio fare un lavoro mirato al controllo delle reazioni, o almeno provarci… altre volte però il lavoro andrebbe fatto sul cavaliere.

Una volta scampato il pericolo, torna la calma e la serenità, se così non succede, c’è ancora molto su cui lavorare.

Umano, fonte di coraggio o fonte di paure

Quando un cavallo è fiducioso nei confronti delle persone, basterà veramente poco per convincerlo che non c’è nulla da temere. Imparerà rapidamente che ciò che gli si vuol far conoscere non è poi tanto spaventoso. Questo avviene quando il cavallo ha fiducia nelle persone, sa che non gli accadrà nulla di male, e ciò non perché è veggente, ma perché nel suo trascorso il rapporto con le persone è stato positivo.
Le persone però possono anche essere fonte di ansie e paure. I cavalli che non si fidano delle persone, che manifestano, anche in modo silenzioso e poco percettibile agli occhi di molti umani, ansia e paura, i cavalli che proprio non si convincono, hanno avuto esperienze negative.

Altre volte invece accade che l’umano non è abbastanza convincente o ha paura. Un cavallo che si fida delle persone, se incontra qualcosa che lo intimorisce, si lascerà condurre di buon grado da un umano coraggioso, sicuro e cortese. Se però l’umano è a sua volta spaventato e titubante, il cavallo percepisce lo stato d’animo, e non si persuade.

Spesso le paure dei cavalli sono in realtà le paure di chi gli è in sella. Il cavallo avverte la paura, e si spaventa a sua volta perché, da animale di branco qual’è, se un membro affidabile del branco ha paura, allora c’è davvero qualcosa di cui aver paura.

Bisogna essere sereni quando si va a cavallo, e non aver paura di un “qualcosa” solo perché si pensa che il cavallo potrebbe avere paura.

Tutto questo “avere paura perché lui potrebbe spaventarsi”, non fa altro che peggiorare le cose, e far spaventare il cavallo.

Delle volte bisogna essere ottimi attori emotivi, se non si ha la virtù della quiete, e trasmettergli sicurezza e tranquillità, anche quando la situazione risveglia stati d’animo che sono praticamente l’opposto.

Fiducioso, ma non ingenuo

Un cavallo fiducioso e coraggioso, è un cavallo che non teme ciò che non è realmente una minaccia, e nel dubbio si fida delle persone.

Ciò però non significa che il cavallo è ingenuo.

Un cavallo coraggioso e fiducioso capisce, ed anche molto bene, se il pericolo è rilevante oppure no, quindi talvolta un cavallo affidabile che proprio non si persuade, ed in nessun modo, non sta facendo i capricci, ma sta segnalando, ed anche molto chiaramente, che c’è qualcosa che non va.

Naturalmente, per esser certi che non è un capriccio, non solo bisogna conoscere il cavallo, ma anche essere in grado di vedere come lui, immedesimarsi nel cavallo, e cercare di capire le sue ragioni, quando realmente le ha.

Ad esempio, quando bisogna attraversare un guado, ed il cavallo che lo ha sempre attraversato senza mai fare una piega, all’improvviso fa i capricci, magari è perché c’è qualcosa che non lo convince, magari qualcosa come il fondo troppo molle nel quale affonda e fatica a muoversi, non sta facendo semplicemente il capriccioso, ma sta chiaramente dicendo “di lì io non ci passo”.

Bisogna ricordare che un cavallo non pesa 80kg, ma minimo 400kg, quindi dove passa un uomo adulto, non è detto che passa un cavallo adulto.

I cavalli sono consapevoli della loro mole, delle loro capacità, quindi l’assecondare o l’opporsi, specialmente quando hanno addestramento ed esperienza alle spalle, dovrebbe far riflettere chi è in sella.

Un cavallo ingenuo, e ahimè ce ne sono, è un cavallo che non si rende conto del pericolo.

Spesso un cavallo ingenuo è un cavallo costruito con troppa fiducia, e con la privazione delle esperienze personali, anche negative, di conseguenza, si fida ciecamente dell’umano, anche in situazioni pericolose, mettendosi nei guai.

Con cavallo così bisogna stare attenti per due.

Non va bene quando è troppo timoroso, ma nemmeno quando la sua totale fiducia lo porta ad essere ingenuo. L’ideale è un cavallo fiducioso, ma che pensa.

Le esperienze personali del cavallo con il mondo in cui vive 

Non possiamo, né dobbiamo, impedire al nostro cavallo di fare le sue esperienze. Le esperienze personali fanno parte del processo di conoscenza. Di certo non dobbiamo metterlo in situazioni pericolose, con giochi alla “Saw - l’enigmista”, ma dobbiamo lasciargli lo spazio di sperimentare da solo, naturalmente in sicurezza.

Una situazione comune è la fettuccia elettrica. La prima volta che un cavallo la vede, se è un cavallo curioso e fiducioso, la toccherà e prenderà la scossa. In quel momento il cavallo impara che toccandola accade qualcosa di spiacevole. Impedirgli di toccarla è privarlo di un’esperienza personale, e di una conoscenza.
 

Bisogna sempre mettere il cavallo in condizione di conoscere e capire il mondo che lo circonda, tenerlo nell’ovatta sotto una campana di vetro non fa il bene del cavallo.

Alimentare le paure inutili anziché eliminarle, non fa il bene del cavallo.

Evitare di insegnargli com’è il mondo, perché si è convinti che il cavallo domestico “deve fare il cavallo”, non è fare il bene del cavallo.

Se davvero si vuol fare il bene del proprio cavallo, si lavora affinché questo conosca e non tema ciò che lo circonda.


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Il presente testo è proprietà di Lisiana Patalano
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