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Riflessione sul problema dell’antropomorfizzazione del cavallo

Riflessione sul problema dell’antropomorfizzazione del cavallo

antropomorfizzazione cavallo

In collaborazione con Pillolequestri

Umanizzare o antropomorfizzare, ovvero attribuire caratteristiche umane fisiche e psicologiche, in questo caso ai cavalli, è uno dei più diffusi problemi odierni.
Ciò porta voler soddisfare quelle che non sono le reali esigenze dell’animale, ad interpretare in modo errato il comportamento del cavallo e di conseguenza a interagire con lui in modo sbagliato, ciò può anche diventare causa di malessere, incidenti e gestione rovinosa.


Come tutti gli animali il cavallo ha un linguaggio che utilizza con i suoi simili ed un linguaggio più versatile che adopera per comunicare con altre specie, umani compresi, in sostanza la mimica e le vocalizzazioni sono le medesime, tuttavia diventano più chiare ed espressive proprio per la necessità di farsi capire. Il linguaggio del cavallo è ricco e molto raffinato, sono tanti i piccoli gesti che spesso non vengono colti da noi umani, così il cavallo pur di comunicare utilizza parole più chiare affinché possa interagire anche con noi, tuttavia il suo modo di esprimersi è totalmente diverso dal modo di esprimersi della nostra specie e non è molto intuitivo per chi ha poca dimestichezza con gli animali. 

Spesso il problema non è il cavallo che non capisce cosa vogliamo ma siamo noi che non comunichiamo in modo chiaro. Noi non abbiamo la capacità di cogliere ogni minimo gesto, cosa che invece fa un cavallo nei confronti di un altro cavallo, ancor meno abbiamo i mezzi fisici per comunicare come un cavallo, tuttavia possiamo comunicare con il cavallo come specie differente sempre se abbiamo la consapevolezza che il cavallo non pensa, ragiona e comunica come una persona, dunque tutti quei tratti propri dell’essere umano non gli appartengono.


Non c’è nulla di male a scherzare su certe situazioni o ad utilizzare aggettivi per descrivere un comportamento o una situazione ad un amico, importante pero è avere chiaro lo scenario reale, cosa il cavallo vuole comunicare e agire nel modo più corretto. Ad esempio “la mia cavalla è una vecchiaccia bisbetica” non è un problema se detto con la consapevolezza che il suo comportamento è dovuto a qualcosa su cui lavorare, ma detto ignorando la faccenda e sminuendo il messaggio che la cavalla sta mandando allora è un problema poiché si sta valutando la cavalla come se fosse una persona, cosa che non è. 
Spesso accade che i componenti di un binomio pur stando assieme da anni siano perfetti estranei, ciò perché spesso il cavallo comunica ma l'umano non comprende realmente ciò che il cavallo gli sta dicendo, ma interpreta secondo la propria convinzione facendo riferimento al linguaggio alla psicologia ed al comportamento umano. Accade che il cavallo si rassegna assecondando passivamente o che non collabora, possono anche verificarsi comportamenti pericolosi. In questi casi senza comprendersi realmente, senza comunicare attivamente il binomio non può definirsi affiatato.


Il cavallo è un animale intelligente, non si limita a reagire agli stimoli ma è in grado di elaborare le informazioni che riceve costantemente attraverso i sensi, tali informazioni unite gli insegnamenti appresi dalle esperienze vissute lo portano ad agire di conseguenza. Tuttavia l’intelligenza del cavallo e la sua capacità di pensare è completamente diversa da quella umana, il cavallo vive il presente e la materialità del presente. Non è in grado di formulare ragionamenti complessi e astratti né lontani dal qui e ora, dunque dire al cavallo “domani ti porto le mele” o “se fai il bravo a lezione ti do le carote” non suscita alcun interesse poiché si tratta di un pensiero astratto volto al futuro e privo di stimoli presenti che il cavallo non è in grado di formulare né comprendere, inoltre il cavallo non capisce i discorsi verbali, tuttavia percepisce il nostro stato d’animo e agisce di conseguenza in base alle esperienze vissute e gli stimoli che gli diamo. Se il cavallo il giorno dopo sarà contento di vederci non è perché gli abbiamo portato le mele ma perché ha imparato che da noi riceve qualcosa che gli piace o trova piacevole la nostra compagnia; se il cavallo a lezione si comporta bene non è perché gli è stata promessa la carota ma perché abbiamo comunicato correttamente con lui, anche in eventuali situazioni non semplici mentre se si comporta male non è perché detesta le carote o ci reputa taccagni perché gliene abbiamo promessa solo una, ma perché la comunicazione non è stata delle migliori anche nell’affrontare eventuali situazioni non semplici.

Ogni azione e reazione compiuta dal cavallo è una risposta ad uno stimolo, volontario o involontario, unita a l’apprendimento dell’esperienza passata sia nel lungo che nel brevissimo tempo.

Ad esempio il cavallo che in un punto del campo si spaventa di continuo non finge, non si spaventa per farci dispetto, ma ha una reazione ad uno stimolo che innesca in lui l’istinto alla fuga. Se l’esperienza è stata negativa e non ha trovato soluzione e noi nel cavalcarlo ci agitiamo nel percorrere quel punto del campo poiché, noi umani non il cavallo, pensiamo “adesso si spaventa e fa il matto”, il cavallo si spaventerà ma non per farci dispetto perché ci ha letto nel pensiero ma perché l’esperienza gli suggerisce che lì c’è qualcosa da cui è meglio scappare e lo stesso messaggio viene mandato da noi poiché gli trasmettiamo il nostro timore. Ed ecco che il cavallo scarta e scappa via senza controllo. Non lo ha fatto perché è dispettoso, lo ha fatto perché gli stimoli ricevuti gli hanno detto Scappa!

Altro esempio, durante la pulizia magari al cavallo non piace essere toccato in un determinato punto ma noi lo facciamo ugualmente, così una volta, due, tre ed ecco che il cavallo ha una reazione negativa come un morso, un calcio o un pestone. Non lo fa perché è "stronzo e permaloso", il cavallo molto probabilmente ha dolore o fastidio o quel punto è una zona critica poiché in passato ha subito qualcosa che gli ha causato dolore come ad esempio una ferita, e visto che le sue parole fatte di orecchie indietro e occhiatacce e piccoli altri gesti non hanno funzionato a far recepire il messaggio, ecco che urla per farsi sentire compiendo un gesto vistoso.


Altra nota dolente dell’antropomorfizzazione del cavallo è data dal fatto che spesso crediamo di potergli bastare e di poterci sostituire ad un suo simile.
La frase “al mio cavallo basto io come compagnia” è comunissima, assieme alla frase “è come me, io detesto le persone e lui detesta gli altri cavalli”. Un modo di pensare decisamente sbagliato!
Spesso a questi cavalli manca la possibilità di interagire in modo sano con i loro conspecifici, altre volte invece sono costretti a vivere in solitudine senza poter interagire mai con i propri simili così si accontentano della compagnia umana nel tentativo di soddisfare il bisogno di socializzazione, tuttavia non è la stessa cosa, un umano non potrà mai sostituirsi ad un altro cavallo. Enorme problema è quello dei soggetti allevati in solitudine e che non hanno sviluppato correttamente le capacità relazionali, di conseguenza accade che questi cavalli inseriti in un branco vengano isolati o siano eccessivamente aggressivi verso i loro conspecifici. Non odiano gli altri cavalli, purtroppo non sanno relazionarsi con loro poiché cresciuti in isolamento non hanno potuto affinare tale capacità. Gli umani sono misantropi ma i cavalli proprio no.


Impossibile non citare i problemi legati all’ignoranza totale della fisiologia e dell’anatomia del cavallo credendo che il cavallo sia uguale a noi, con le nostre stesse necessità e percezioni. Anche questo fa parte dell’antropomorfizzazione.
Indossare coperte quando non è necessario perché “se per me fa freddo per il mio cavallo è lo stesso”, oppure lavarlo continuamente con la convinzione che il cavallo abbia le nostre stesse identiche necessità igieniche. Anche evitare che faccia qualsiasi cosa per timore che possa sudare o stancarsi poiché si pensa al cavallo come ad una persona e non come ad un animale in grado di badare a sé e regolarsi autonomamente è un eccesso di premure dovuto alla non conoscenza del cavallo ed al considerarlo come una persona bisognosa delle nostre cure. 
Ecco che valutare e gestire il cavallo ignorando la sua anatomia e fisiologia ma facendo riferimento alle necessità e possibilità umane diventa motivo di cattiva gestione.

Purtroppo spesso le cose peggiori si fanno con ignoranza e buone intenzioni.


In conclusione per gestire e interagire correttamente con un cavallo bisogna comprendere e rispettare la sua natura di animale cavallo senza distorcerla nel tentativo di dargli caratteristiche umane che però non gli appartengono e attuare una gestione attenta e idonea a soddisfare le sue necessità primarie senza però finire per trascurarlo.


Copyright © 2014 – data odierna
Il Cavallo - Benessere & Bellezza di Lisiana Patalano.
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